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In Sicilia nessuno è davvero solo: anche il silenzio è pubblico. Giusy lo impara presto, dentro convenzioni e una morale a due livelli: protegge la facciata e ferisce nel privato. Ma Giusy è diversa. Ha un’ambizione sfrenata, ostacolata dalla famiglia, e decide che non chiederà permesso a nessuno. Negli anni ’60 apre un negozio di abbigliamento per signora in via Etnea, a Catania: “Chiamami Giusy”. Da lì la sua vita corre: ambizione, denaro, successo, desiderio, eccessi. La società che la osserva è la stessa che la usa, la giudica e la teme. E le voci sulle origini di Giuseppina diventano la matrice della sua spinta verso l’indipendenza: l’ascesa economica, pagina dopo pagina, è un tentativo di riscrivere il proprio posto nel mondo, con un anticonformismo sincero. Il testo non arretra davanti agli eccessi (sessualità, trasgressione, droga): li colloca come parte di un percorso di potere e autodeterminazione, senza patine moraliste. È qui che la protagonista si definisce con chiarezza: non chiede di essere assolta. Chiede di vivere la propria vita senza etichette di comodo, senza appartenere a nessuno.
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