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Un uomo solo ed anziano ed un gatto giovane ma sperduto si incrociano casualmente ed avvertono di avere qualcosa in comune: la solitudine, l'"essere senza amore". E "decidono" di rivedersi ogni sera sul luogo del primo incontro: il terrazzo della casa dell'uomo. Nasce così un'abitudine che è qualcosa di più per entrambi: è il bisogno di sentirsi al mondo (il mondo tutto e quel piccolo preciso angolo di Terra in cui sono) anche per l'altro. Un umano ed un felino hanno - ciascuno per sé, ciascuno a suo modo - la compagnia che li costringe al confronto. L'uomo che è, casualmente, un poeta dirà giorno dopo giorno la bellezza e il brivido dell'incontro, il piacere di sentirsi affratellati all'altro da sé, al simile a sé: "Per questo siamo qui, entrambi con lo sguardo/ rivolto all'altro, agli occhi ed alla mente/ che l'altro ha, che non nasconde affatto/ anzi li mostra, senza più spavento!". "Figli d'un padre un poco complicato" si abitueranno ai quotidiani "conversari", dialoghi impossibili eppure ricchissimi di tutte le sensazioni e le tragedie che i viventi possono sperimentare. Sempre più convinti d'essere a modo loro immortali ("questa inedita folle convinzione"), l'uomo e il "suo" gatto si confidano e si rivelano - al di là della condizione umana ed animale - come appartenenti al Tutto, in perpetua vibrazione fra piacere e dolore, fra Bene e Male. Gli endecasillabi del testo provano a dire l'impossibile di questo rapporto: il passato dei due viventi si trasfigura e si riplasma alla luce di questo presente assoluto in cui pare che tutto sia rifondato nella necessaria evidenza.
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