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Questa nuova raccolta di Serena Dibiase presenta fin dal titolo elementi spiazzanti e, al contempo, riconducibili a un microcosmo naturale che sembra idealmente connotare i suoi frammenti poetici attraverso «una voce conosciuta» che si identifica con «la mia bocca di erba». Il motivo dell'erbario medievale è sviluppato in maniera originale e persuasiva che non disdegna di aderire a un intento progettuale ben marcato, dipanantesi attraverso le quattro sezioni proposte con una delicatezza che, a tratti, assume forme allucinate e crudeli. Tale coinvolgimento dei sensi viene ricondotto a un'aura in cui, con esiti semplici e immediati, «finisce ogni volta il ciclo del fiore / e tu metti acqua / rianimi il nome / dove il sole acceca». Il coinvolgimento mimetico con il mondo vegetale si scontra con la cognizione della precarietà linguistica che presuppone continui fraintendimenti e slittamenti di senso, sulla falsariga della lezione di Amelia Rosselli: «nessun linguaggio / crea sutura / nessuna nudità disarma». Il canzoniere denuncia la propria necessaria ascendenza a quelle attività di stampo performativo e teatrale tese a valorizzare una dimensione vocale che, come una madre, è «esposta / a tutti i fantasmi». Le parole-relitti, alla stregua di «proiezioni del sole / evocate dal mare», costituiscono il substrato di questa poetica, sempre in bilico tra naufragio e redenzione: «la differenza tra me e il blu era una finzione». (p.d.p.)
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