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Quando scrissi Maria, tra il 2005 e il 2006, volevo innanzitutto chiedere scusa a mia nonna Virginia Sabot con un atto d'amore. Mia nonna era bigotta quando io facevo il giovane ribelle. Bigotta anche perché mio nonno Egidio Centanin le metteva un sacco di corna mentre lei gli teneva, oltre ai quattro figli, la casa pulita come uno specchio. Virginia Sabot ogni sera recitava da sola il Rosario e piangeva. "Maria" nacque quindi, innanzitutto, come filastrocca per una donna, mia nonna. Una litania che risuonasse ingenua (ma nei propositi anche maestosa) e spavalda, a cuore aperto, come il suono delle campane a festa il giorno di Natale di un anno a cavallo tra gli anni settanta e ottanta del XVI secolo, tra i secoli. In un piccolo paese, ancora, in parte, agricolo. Orgogliosamente cattolico. Orgogliosamente comunista. “Lei era una bambina che qualunque collina avrebbe voluto avere come sole.”
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