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A diciassette anni ha attraversato l'inferno con uno smeraldo cucito nell'orlo dei pantaloni. Oggi, a venticinque, è il sogno di uno stadio intero. Ma qualcuno, dalle tribune, lo ha riconosciuto.
Ogni domenica lo Stadio Olimpico canta il suo nome. Sulla maglia c'è scritto ZULU: capocannoniere, idolo della Roma, il ragazzo venuto dal nulla che segna come se il pallone lo cercasse. Nessuno, sugli spalti, sa che si chiama Chimwemwe - "gioia", nella sua lingua - né da quale distanza è arrivato fin lì.
Perché prima dell'erba curata dell'Olimpico c'era la terra rossa di un villaggio dello Zambia. Prima dei riflettori, il buio di una miniera e una pietra verde che suo zio aveva rubato per pagargli un solo posto sul viaggio. Prima della fama, il deserto, la Libia, il mare - e un uomo, il dottore siracusano che lo vide giocare a piedi nudi nel cortile di un centro d'accoglienza e gli offrì un provino.
Zulu ha costruito tutto sul verde di quella pietra. E adesso l'uomo che, anni fa, vide quel furto lo ha rivisto in televisione. Il passato torna a chiedere il conto: sul suo nome, sui suoi soldi, e sulla vita dello zio rimasto in Africa. Per proteggere chi ama - Margherita, l'unica con cui può tornare a essere Chimwemwe - dovrà decidere quanto del proprio trionfo è disposto a bruciare, senza vendere l'anima.
Un romanzo sul prezzo della libertà, sul peso di chi resta indietro e sul doppio volto della fama, dove il verde è insieme speranza, colpa e riscatto. Dalla terra rossa dell'Africa al prato dell'Olimpico, la storia di un uomo che per liberarsi dal passato dovrà imparare a restituire.
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