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Nel 1949 l’esploratore americano Leonard Clark – che diventerà, alcuni anni più tardi, l’acclamato autore di "I fiumi scendevano a Oriente" – si mise a capo di una spedizione diretta verso il Tibet nord-orientale, la zona del Kun Lun da cui nasce il Fiume Giallo. Dichiaratamente o meno, la missione perseguiva un doppio obiettivo: in primo luogo rilevare l’altezza dell’Amne Machin, cima allora considerata rivale dell’Everest e fino a quel momento inviolata in virtù della sua fama di montagna “maledetta” e della presenza di feroci tribù-guardiane, gli indomiti nglok. In secondo luogo, individuare una via di fuga per le truppe dell’esercito nazionalista cinese, guidate dal generale Ma Pu-fang, in rotta sotto l’incalzare delle armate comuniste di Ling Piao. Il vento in marcia è la cronaca di quella spedizione, a metà tra un classico della letteratura d’esplorazione e un grande romanzo d’avventura: la missione spionistica di Clark, il suo viaggio, denso di incognite e di pericoli, racconta infatti un Tibet violento e sanguinario, molto diverso da quello mistico e ascetico degli altri scrittori occidentali. Un libro che a più di settant’anni dalla sua pubblicazione non smette di appassionare e coinvolgere.
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